Senso eburneo

26 Ottobre 2008 4 commenti


Vivo in gabbia. Sono la mia gabbia.
Annusando al di fuori da essa riconosco il sentore d’insidie e leccornie, tedio ed elettricita’, odori e perbenismo, amarezza e occhi languidi ed io, in questo bailamme da circo, zoppico, passando da una gamba di legno ad una malfarema e cosi’ schizzofrenica e lisergica pianto gli occhi in faccia a tutti senza vedere nessuno, fingendo di non vedere nessuno.
Quando mi sento bestiale inforco il mio naso rosso, una cravatta a pois viola e verdi e mi sporgo da Me giusto per “vedere di nascosto l’effetto che fa”.
L’uomo d’ebano e’ li, si aggira fiero tra grotteschi pigmei, nella migliore delle ipotesi, afasici; spregiudicata bellezza dal disarmante sorriso, voce carezzevole, mano decisa, sguardo leale, profumo animale, surreale solluchero per anima e corpo e per questo bersaglio di donne-freccetta dalle traiettorie piu’ impensabilie ma dall’obbiettivo decisamente piu’ scontato. Grandina. Cadono pesanti come i piu’ grandi chicci degni del piu’ catastrofico flagello biblico, sono parole lusinghiere, ammiccamenti frenetici, occhiate incontenibili, mani incontentabili eppoi sorrisi sfrentati, struscimenti pressanti, allusioni pesanti, suggerimenti incalzanti. Questo le femmine gli scagliano contro, senza contegno, trascurando il ritegno. Sono i giochi senza frontiere di quello che troppi si illudono si chiami amore, che profuma di pubblicita’ e di commercio ma non puzza d’Anima, che veste i panni imprestati da una moda obsoleta, caldi perche appena smessi da chi li indossera’ domani. E’ un mutuo soccorso tra sordi, ciechi, sempre muti, morti: salme che profondono vano, fatuo impegno in acrobazie neuronali improbe con l’obbiettivo di contorsioni ginniche gratuite. Questo vedo e altro mi chiedo, cerco un senso, una direzione, una percezione ovvero una sostanza, un sentimento, un’impressione ma non trovo altro che fumo volatile e acre, fumo che fa lacrimare, che non fa vedere, che toglie il respiro, che trapassa senza ferire perche’ non trafigge. Dove c’e’ fumo ci dev’essere fuoco, ed e’ lui che, in preda al turbinio estetico di un nonsense al neon, si consuma in nome di un perche’ che, se potesse intendere, non condividerebbe, arde inconsumabile: l’uomo d’ebano, ligneo, robotico, segretamente dispotico, condanna il suo stesso seme annegandolo in femmine fameliche di se stesse, eroine analfabete di cuore, feticci di illusione, amazzoni antitetiche.
Ed io donna d’avorio vorrei riuscire a sbranare questa luna che mi segue, che svela, che rivela, che mi muta, allontanarmi da quel fuoco che avvampa perche’ non posso rischiare il mio piu solido sostegno, cedo volentieri il passo a chi vive di falcate sicure che affondano in percorsi circolari, perche’ io con i miei passi incerti arrivero’  alla mia meta, in solitaria,  schivando tavole rotonde in cui si banchetta offrendo ai commensali la propria maschera inesorabilmente vuota.
Per un attimo vacillo, accarezzata da un’idea, da una mano, dalla proiezione di un desiderio, dall’inganno di un’esigenza ed e’ quell’attimo, il tempo necessario a rivelare il cortocircuito che mi separa da questa incantata pantomima.
Lentamente, solennemente mi alzo da tavola, e questo vedo e altro ancora mi chiedo e a te non chiedo di darmi una ragione per essere ma soltanto una ragione per essere una donna, una ragione per amarti…
…ma tu non ne sei capace.

Prosegui la lettura…

Categorie:Argomenti vari Tag:

L’ equazione senza soluzione

2 Luglio 2008 3 commenti

Oggi piu’ che mai vorrei fumare in faccia a questa splendida notte di nuvole e luna per indugiare sul mondo da un punto di vista dolcemente dinoccolato e lasciarmi cullare dalle note di una ninnananna sguaiata, sguainata a squarciagola anziche’ ingrandirmi con la lente rischiando di buciare di luce amplificata che e’ calore moltiplicato e forse origine e conoscenza, alla ricerca della soluzione che non esiste perche’ la soluzone e’ “in fieri” ed io lo so ma godo nello struggermi e dustruggermi assaporando l’amaro gusto di quello che nei miei incubi e’ un sogno… quello che nei miei sogni e’ un incubo.
Che valore abbia l’incognita della mia equazione, non mi e’ dato saperlo. A volte, distratta dal bailamme di una cultura dei risultati che soluzioni pretende anche se fatue, ingenuamente, me lo chiedo. E tu, passi al mio fianco e vuoi farmi credere di aver risolto la mia equazione, tu che a stento distingui il mio negativo, che a malapena sospetti di averne una tua….
Tu che ne puoi sapere di me se non sai dell’Universo, se non sai delle elementari meccaniche della Natura, dell’alternarsi ritmico del mio respiro animale?
Io sono una scimmia erudita per cui impazzita con quattro bottoni cuciti a pelle, dissimulo senza volerlo, sembro in pelliccia ma sono nuda.
Ho cuore rapace.
Cervello sagace.
Lingua languida, sguardo velenoso e mordace, sangue avvelenato da virus tenace.
Sono una fionda in quiete inquieta, un vulacano che vomita silente, sono in muto silenzio stampa perche’ ho esaurito il suono della voce bisbiglandomi dentro, sussurrandomi contro, strillandomi alle spalle. Cosi’ filosoficamente afasica, intesso aracnee trame di filo inconsistente di cui mi vesto, con cui mi travesto, per cui mi detesto ma ho perso il bandolo della matassa e ne sono felice perche’ lungo quel filo ci voglio correre senza contrappeso, da quel filo voglio precipitare per rimbalzare sugli echi di una me stessa che non mi e’ familiare ma mi scruta con l’avida curiosita’ dello straniero ed io, di rimando, osservo con l’implacabile diffidenza dell’indigeno.
Cosi’ abbandono l’equazione, comincio ad avere la percezione di te, del tuo familiare calore, del tuo mistico odore, voglio ancora la tua schiena sotto le mani e dalla pelle leggerti l’anima, spalancare gli occhi senza alcuna resistenza e lasciarti entrare, lasciarmi guardare, poterti parlare, sentirti annuire, riconoscerti denso e con lo sguardo gridare, basta negare e continuare a girare, ma estatica e confusa nei sensi finir di gelare.
Scordar di contare.
Sono vittima e carnefice di me stessa, dell’elastico teso tra gli opposti di un sentire schizofrenico, di un calcolare autistico, sono vittima e carnefice, per cui ingratamente in pari…
…perche’ io prediligo gli amori ipossibili.

E’ un’equazione senza soluzione…

“Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior”

Prosegui la lettura…

Categorie:Argomenti vari Tag:

e vissero felici e contenti e morirono illusi

31 Dicembre 2007 9 commenti
Categorie:Argomenti vari Tag:

Il tramonto di ieri

24 Ottobre 2007 12 commenti


Non nego che ogni tanto io abbia pensato a te… cio’ pero’ non ti dovrebbe gratificare in nessun modo, dopotutto e’ stato come pensare ad un eczema pruriginoso, una rogna endemica, uno strazio epidermico senza fine… sai… quelle cose che si grattano nella vana speranza che spariscano, ma il prurito e’ solo un sintomo che nemmeno l’unguento del tempo potra’ lenire.
Suppongo che non ti possa beare di cio’, piccolo, insulso uomo dalle presunte facolta’ intellettive irrimediabilmente sincopate, vero?

Sento la musica che trabocca fluida e sicura dalla radio mentre mi faccio tradurre a casa da un oggetto non indentificato dopo un’urticante giornata di lavoro e penso a te… e’ stupendo il cortocirtuito che si crea se mi soffermo sulle parole della canzone e indugio sul tuo ricordo, e’ come fare un viaggio in nave sulla terraferma, come farsi un’insalata di incubi, come lavarsi con lo smalto per le unghie… gratificato, vero?

Ricordo pochi flash di noi, di quel cazzo di noi che fortunatamente non siamo mai stati, ricordo me accucciata per terra con la schiena sudata che si ghiacciava al contatto lancinate con quelle piastrelle straniere, inesorabilmente sprofondata tra le sedute di un divano che non ricordo e tu che incombevi sopra di me… molesto come solo la noia puo’ essere, maldesrto per la fortuna, funesto per la Sibilla. Sono stata magnanima, ti ho dato una possibilita’ per la quale sono stata costretta a immaginarti come chi non eri, traslando la tua essenza su un piu’ eccitante niente assoluto, ricordo il sapore rotondo del rum che si beve nei peggiori bar di Caracas, tu eri piu’ tollerabile se trasfigurato… ancora gratificato?

Certo anche io ci ho messo un po’ di mio, avrei dovuto negarti la possibilita’ di una redenzione impossibile, del resto sei nato quadrato, cosi’ come quadrato eri in quel controluce che non scordero’ mai, quadrato difronte alla tapparella della mia stanza da letto, ed io quadrato ti ho preso, quadrato ti ho scopato, quadrato ti ho istigato alla fuga, e tu… quadrato sei rimasto, senza sapere di esserlo, senza capire cosa saresti potuto essere in alternativa, senza conoscere la mia natura triangolare.
Ti ho aperto la porta di casa per richiudertela alle spalle in 2 nanosecondi, cinta da un peplo sgualcito per un niente…
Sempre gratificato? ti chiedo.

Eppoi hai cucinato per me una pasta con zucchine e gamberetti che faceva ribrezzo, mi hai servito un vino del cazzo, mi hai lasciata, impotente e incredula ad osservare il tuo involucro sdrucito e deforme, sei riuscito ad essere tutto quello che io non volevo in mezzo ai piedi, un pachiderma dell’essere, un leviatano unghiuto sui miei respiri eterei, sui miei sospiri aerei, ho inciampato su di te e ti ho sorpassato lasciandoti alle mie raggianti spalle e consegnandoti al tuo meritato, ineluttabile destino con la speranza vana, e ad oggi sicuramente frustrata, che tu potessi meditare sul tuo Io sterilmente masturbatorio-compulsivo.
Eh gia’… queste sono proprio delle belle gratificazioni, ancora lo pensi?

Non sopporto Pulp Fictino e lo devo a te… sempre, inesorabilmente gratificato???
Si??? Cazzo, allora sei anche stronzo!
A volte, sai, e’ meglio essere dimenticati, col tramonto di ieri.
Aspettando l’alba di domani.

Categorie:Argomenti vari Tag:

Basilico

15 Settembre 2007 9 commenti

In giardino, sotto l’albero dei limoni, col sole che ne viola le fronde verdi e gialle e investe le ciocche dei miei capelli maliziosamente sfuggiti ad un elastico troppo indulgente, illuminandole di riflessi ramati-ardenti fuori dall’ordinario, con la biancheria stesa alle mie spalle che, solleticata dal vento, profuma di lavanda e alla mia destra il vecchio pozzo cieco, retaggio di appannate inquietudini infantili e mausoleo di quel pesce combattente dal viola “piumaggio” sfarzoso (chiamato Prince per via di Pourple Rain), che tante volte (meno una) ha finto di morire, che ha attraversato il mare sulla Tirrenia senza pagare il biglietto e che onestamente “a pelle” mi e’ sempre stato sul cazzo… sono chinata per raccogliere il basilico.
Oggi faccio il persto. Ho preparato gia’ l’olio, i pinoli, l’aglio, il sale e il parmigiano… le dosi??? Ma che ne so… io cucino mescolando sentimento, papille, naso, occhi, a volte basta uno sguardo per capire che e’ necessario fermarmi con un ingredente, esteticamente doso e gusto, ma il pesto no, il pesto lo assaggio mentre lo preparo, prima sempre con le dita, poi, semmai, anche con un pezzetto di pane, il pesto e’ pronto quando e’ buono, quando mi piace, quando delizia i vari ricettori sensoriali, quando non vedo l’ora di farmi assalire dalla sua forza persuasiva.
In nome del pesto, dunque, spoglio sistematicamente almeno quattro delle numerose paintine, non foglia per foglia, bensi’ con la mano socchiusa a cilindro e le dita a mo’ di rastrello, parto dalla base per raggiungere l’apice della pianta ritovandomi in men che non si dica con il prezioso bottino custodito nell’incavo della mano, metodo rapido, non stringo in modo che le foglie non subiscano alcun trauma a parte il repentino mutamento di stato che potrebbe essere paragonato a quello degli ospiti dell’Apollo 11 in fase di lancio… e cosi’ immagino che ogni fogliolina in viaggio reciti le profetiche parole di Armstrong in quell’occasione « Questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l’umanità. », ovviamente traslandole “ad hoc”!
Proseguo spensierata in questa mia attivita’ propedeutica fintantoche’ una piantina non ce la fa proprio a contrastare l’imperto della mia mano e inesorabilmente si sradica senza un sibilo o un sospiro, cosi’ mi sovviene la mia fragilita’ in questo tempo in cui fragile non appaio.
Oggi riesco a fare cose che qualche tempo fa non riuscivo a fare, riesco a rinunciare a chi o cosa non mi calza, riesco a stringere le redini di almeno un aspetto della mia vita, riesco a progettare, ad esegure atti di volonta’, ad esprimere moti d’intimita’ e stranamente oggi sono piu’ fragile che mai.
Con questa paintina in mano sento le mie radici scoperte e alcune delle mie foglie cadere ma sono consapevole del fatto che prima o poi richresceranno, diversamente da quando mi aggrappavo a radici aride e insensibili cercando di erigere il mio stelo disadorno.
Ora capisco la differnza tra forza e fragilita’ e, capisco che si puo’ essere fragili punto e basta o fragili in quanto consapevoli di non poter sempre essere forti abbastanza perche’ le scelte implicano atti di partecipazione e discernimento fra possibilita’ che si moltiplicano in maniera esponenziale ampliandoci gli orizzonto e catapultandoci nell’Universo alla merce’ delle sue variabili. Ed e’ questo che voglio.
Cosi’, adagio le foglie gia’ colte sul canovaccio, metto le mani nella terra che e’ tiepida e morbida come una madre e con gratitudine per il sacrificio delle sue foglie e per l’esempio della sua vita rimetto a dimora la piantina con un sincero augurio di vitale prosperita’.
L’estate langue, oggi fa ancora caldo e il basilico e’ ancora verde: oggi e’ giorno di pesto, per poterlo gustare durante l’inverno per rivivere l’estate trascorsa con l’impazienza che giunga la successiva.
Di questa giornata mi rimane addosso il profumo, che inonda la stanza e che si poggia su questi tasti e che mi evochera’ sempre la dolcezza d’essere fragile… cosi’ come sono.

Prosegui la lettura…

Categorie:Argomenti vari Tag:

Llorando

2 Settembre 2007 6 commenti

Mi avevi promesso che, nei miei momenti dfficili, ci saresti sempre stata ed ora, proprio in questo, non ci sei. In realta’ e’ cosi’ solo dal mero punto di vista “sensibile”. Infatti, superando il limite percettivo dei sensi, con la tua assenza sei la piu’ presente di tutti noi che ci stringiamo in cerchio per te, in questa difficile ma taumaturgica notte rovente in un Parco Sempione indimenticabile. Stanotte sei la protagonosta, il fil rouge dei discorsi che dolcemente fluiscono dalle nostre bocche incontinenti di te. La tua assenza ci ha fatti arrivare qui dalle piu’ svariate parti d’Europa, col cuore rivoltato. Non faccio altro che pensare al paradosso di un’assenza che genera eventi…L’allentamento della tensione stanotte e’ palpabile, anche se il fiato e’ mozzato dal calore che la terra restituisce dopo una gioranata torrida per niente mitigata dal gelo che abbiamo dento. Tra di noi aleggia l’apparente accettazione dell’ineluttabile contro cui, disarmati, ci siamo scagliati a muso duro per farci molto male affinche il dolore per lo schianto potesse sopire quello generato dal suo stesso movente.
Stamattina in macchina, S. e M. fumano, ed io mi chiedo come possano soffiarsi via il cervello e impastare emozioni. Io voglio sentire fino all’ultima stoccata, volglio accompagnare consapenvolmente ogni singola goccia di dolore che stilla dalla mia mia anima, voglio patire tutta l’implosione che da un anno minacciosamente incombe su di me, non voglio sconti di pena proprio con te che non ne hai di certo avuti, voglio ESSERE CON TE. Per l’ultima volta.
In viaggio i pensieri schizzofrenici sbattono contro le partei del cervello come come un uccello che sbaglia la strada per la liberta’, non ho paura di M. che brucia la starda a gran velocita’ definitivamente fumato. Penso che non sentirei nessun dololre se si addormentasse al volante. Arriviamo da te in una surrerreale, asincrona modalita’ “fast motion”, ho deposto la maschera portata lungo quest’anno interminalmente sospeso per indossare il disarmato vestito del lutto, non sono disposta a sofforcarmi col mio stesso alito ne a vedere la nuda realta’ attraverso i fori circoscritti dei miei occhi tristi di rabbia. In apnea orgogliosamente ti accompago, scliogliendomi inesorabilmente fino a formare un’ acquitrinio indistinto di me. Pensavo, apotropaicamente che tutto cio’ non potesse succedere e invece e’ e mi ritrovo sola in compagnia del resto del mondo che ora non esiste.
Due mesi fa, per il mio compleanno mi hai telefonato, sentivo che la tua forza fisica si sgretolava parola dopo parola, respiro dopo respiro e con essi, forse, anche la tua speranza, ma questo non ti impediva di tentare di essere totalmente partecipe di me, in ultima battuta mia hai chiesto, al mio ritornio a casa, onorare il Mare anche da parte tua. Ho cercato di trasmetterti ogni respiro salmastro, la freschezza cristallina e liberta’ totale di ogni tuffo, l’alito caldo di ogni passo sulla terra sabbiosa, e se l’energia non si crea ne si distrugge ma si trasforma, spero che ti sia arrivata quella che ho cercato di immagazzinare per te che oramai eri esausta per la lotta combattuta senza risparmio alcuno, da amazzone fiera quale sei.
Ma ripartiamo dalla pioggia di Milano di un anno fa circa. Quel giorno e’ stato lo saprtiacque della tua vita.
Piove, sono in Blue Production, squilla il telefono, il mio telefono… Cazzo e’ assurdo, fa tremendamente caldo e diluvia, d’accordo, siamo a Luglio ma il caldo e l’afa sono insopportabbili nonstante l’estetica di questa giornata stronza come spesso capita in questa Milano altrettanto stronza, che se ne fotte dei vari Gennaio, Aprile, Settembre, Marzo, Luglio…appunto!
Sono sola in ufficio, squilla il telefono, il mio telefono… Di mattina? Stano! Lo prendo, leggo, capisco, ho paura e vorrei non rispondere. Aspettavo da giorni questa chiamata.
Lo faccio con la peggior simulata naturalezza che abbia mai ostentato in vita mia. In questo seminterrato umidiccio non c’e’ abbastanza campo, non ti sento bene e mi avvicino all’uscio affaciato su un misero cortile inteno dal quale mi arrivano gli sputi di questa pioggia bastarda, menzognera e ostile.
Il tono e’ greve. Parli, mi racconti, ti chiedo, minimizzi, ci scambiamo opinioni, estraggo automaticamente dal cervello concetti neutri che ti servo attraverso le labbra poggiate pietosamente sul microfono del telefono e modulati da una voce rotta e rattoppata. Tremo. Perche’ ora un ronzio assordante mi ottunde la mente e il cuore risale attraverso il petto per cominciare ad esplodermi in gola ad una velocita’ innatutale e mi sbrana il raziocinio con la voracita’ di un pirana? Ascolto.
Sento le tue parole che mi sussurrano: “Vito ho paura!” vengo cosi’ travolta da un’ondara violenta di incertezza cosmica, e’ come andare sulle montagne russe senza la sicura che ti incolla al seggiolino, ti sento persa, mi sento persa cosi’ riallaccio i rapporti con la realta’ mentre il cielo scende impietoso a coprire il mio dolore d’anima soffocata in pianto strozzato, pianto muto, pianto dimessamente deflagrante. “Sono con te”.
Rientro dentro, il vuoto mi ingoia e mi perdo nel film ipnotico di cio’ che della nostra vita antecede la telefonata.
Ricordo il mio primo giorno all’UI ma non mi ricordo di te. Ti sei fatta conoscere lentamente, i primi mesi i frequentaori di casa L. ti pensavano svampita e poco propensa all’apertura…il fatto e’ che eri sempre in corsa lungo il binario delle tue certezze acquisite e non guadagnate.
Passano i mesi e il guizzo del dubbio che la vita sia oltre l’usuale ti assale o forse sguinzagli quello che fino ad allora avevi tenuto a freno e cosi’ ti scopriamo in tutta la tua luminescente positivita’ attiva.
La nostra amicizia risale a quel periodo, tra noi vigeva il mutuo soccorso: tu mi ripescavi dal fondo del mio pozzo, tutte le volte che mi ci tuffavo di testa, dicendomi che ci saresti sempre stata ed io ti incoraggiavo a spiare attraverso lo spiraglio della porta della TUA vita, invitandoti a saltare nel vuoto per planare sulle infinite possibilita’ dell’essere. Il tuo spirito libero si e’ manifestato proprio in questo controsenso.
Hai avuto fiducia nonostante vedessi gli effetti di quella scelta che anche io stavo tentando di operare, perche sapevi che comunque, nella peggiore delle ipotesi ti avrei ripescato dal tuo pozzo qualora le tue rafforzate energie non fossero state sufficienti per risalire da sola. Cosi’ hai tagliato i ponti con la forma e ti sei dedicata alle insinuazioni della tua essenza, ti sei ripresa gli arretrati di liberta’ e hai disseminato tra noi il sano germe della leggera serenita’. Hai governato il tuo volo con il sorriso caparbio di chi crede nel buono che c’e’ nel mondo, con la dolcezza risoluta di chi il buono del mondo lo alimenta con lealta’ e trasparenza. Il tuo volo e’ stato breve ma sicuro e altissimo. Oggi sarebbe stato il tuo compleanno. Cercando di te, non so dove trovarti se non nelle cose che che mi hai trassmesso, ma oggi non mi basta. Oggi che ho raggranellato la forza di scucire questa ferita ancora umida, lo faccio in questa mia terra, terra di nessuno e di tutti, di verita’, desideri, sogni, paure e bugie dove mi illudo che anche tu possa transitare e soffermarti sulla mai accorata dichiarazione d’affetto e amicizia immutatamente incondizionati. Difficilmente sarei riuscita a raccontarti se non cosi’, con il rewind, allontanando il buio e riavvicinandomi alla luce..
Solo cosi’ posso chiudere con un sorriso… seppur amarissimo.
Llorando

Prosegui la lettura…

Categorie:Argomenti vari Tag:

Lobotomia

5 Luglio 2007 17 commenti


Mi presento: sono l?ultima lobotomizzata di lusso, mangio ginestre e piango nuvole, Divina certamente, ma nulla cambia.
Ho un sogno ossessivamente ricorrente: ?oltreggiare?, cosi’, immobile dalla soglia della porta della riagione cosmica, vedo una porta di fronte alla quale si staglia una porta che si apre su una porta dalla quale scorgo una porta che precede una porta seguita da una porta affacciata su una porta… ma forse e? sempre la stessa porta. Accedervi sembra impssibile, e? una continua tensione verso l?oltre, col desideoso rischio di precipitare nel caos.
E? il gioco delle scatole cinesi della mia sfregiata mente che abita la mia violata scatola cranica.
E? un ritornello che rimbomba come grancassa nel mio mutilato cervello.
Scavato l?accesso alla cura, da punteruoli finemente cesellati che insistettero attraverso i fragili dotti lacrimali al fine di sfondare l?ultima fisica barriera a difesa del mio essere, mi ?locomuovo? lungo l?asse dell?indifferenza indistinta, col dubbio di soffrire per la certezza di dolermi?ma anche la sofferenza per il dolore mi sta indifferente.
Apatica, abulica, fui, sono e saro?. Patisco conati d?esistenza:
http://divinora.blog.tiscali.it/sf3048348/ citando me stessa con un espediente da metateatro d?infimo rango di cui sono la Diva incontrastata.
E il Tempo passa, e il mio tempo trascorre.
Si dice che il tempo guarisca tutte le ferite? ma che cos?e? il tempo se non una panacea a buon mercato (?e cosa sono le ferite?).???
Non lo so, non lo vedo e non lo tocco, lo subisco nell?immobilita dei giorni uguali ad un ?ieri? che deve ancora venire, identico al domani appena trascorso, lo percepisco mentre scrivo e rileggo le parole che incomplete stillano dalla mia penna lugubremente loquace, nella sua accezione microscopica insomma?ma a me non basta, stizzisco, da ormai ?ex-schizzofrenica?, fingendo di pensare che il macro-tempo mi sfugga dai polpastrelli unti del succo di una cultura che non mi appartiene se non nei miei incubi intrasensoriali, perche? io sono del nulla e il nulla e’ la mia ricchezza, a differnza della caleidoscopica vaieta? di animali da cui sono circondata: branchi, mute, mandrie, nugoli, sciami, stormi, greggi che temono di semttere di appartenere e coi quali, vinta dalla mia terapeutica condizione, intesso cordiali relazioni senza impegno a causa di una remota, superstite propaggine di coscineza sfuggita, come mutato virus, alla cura e che agisce per riflesso condizionato prescindendo da qualsivoglia barlume di volonta?.
Gravito col mio peso sull?esistenza, lo spazio ha il domino incontrastato su quello che di me e? rimasto e si rapporta al tempo con esito zero. Assenza di velocita?. Stasi.
E mi rivedo, con gli occhi rivolti al cielo mentre freneticamente piloto i punteruoli finemente cesellati che mi avrebbero dato la pace. Ma la pace non esiste.
Mi presento: sono l?ultima lobotomizzata di lusso, mangio ginestre e piango nuvole, Divina certamente, ma nulla cambia per me.
Sebbene tutto scorra.

Categorie:Argomenti vari Tag:

The day after ?tomorrrow? (Scripta volant)

21 Giugno 2007 4 commenti


Sono le 23 di una giornata dal bilancio (provvisorio) catastroficamente infernale, per me, per il mio equilibrio, per la mia autostima, per la mia fiducia nel prossimo, nell?amore, nella speranza, nell?onesta? e forza intellettuali e morali, per il mio futuro nonche? per il riscatto del mio passato.

Appena ieri le tue parole furono:

?Divina, io e te ci sposiamo domani, lo sapevi si? :-) :-):-)?

Ebbene si, io lo sapevo gia? da tempo ma ho preferito che tu ci arrivassi da solo, sai, mi sarebbe sembrata una forzatura dirtelo senza che tu condividessi il mio programma e senza lasciarti la possibilta? di una benche? minima replica.
L?argomento non ammette repliche.
Mettere alle strette il prossimo non e? il mio forte? intendo: mettere esplicitamente alle strette il prossimo, ecco? questo, in verita?, non e? il mio forte, ma che differenza vuoi che faccia?, se parliamo di strategie di comunicazione diciamo che te la potresti prendere con me tanto quanto lo puoi fare con chi ti ha venduto la macchina, le scarpe, l?arredamento dello studio, I corn flakes e quell?orrido libro che tieni sul comodino e di cui ti sorbisci ogni notte due righe? tanto per? inoltre io non li voglio nemmeno I tuoi soldi? ma solo e soltanto TE.
Il mio lavoro e? stato amorevole e ammirevole, pazientemente certosino, meticolosamente sistematico, maniacalmente ossessivo. Ti ho annusato, osservato, assaggiato e sbranato, toccato e forgiato e ascolato per restituirti la cosa a te piu? cara: TE STESSO (diversamente sarebbe andata se ti avessi offerto ME STESSA?)
Fondamentalmente eri senza scampo. Eri destinato a pronunciare quella frase, prima o poi.
E quel poi e? arrivato. Ieri.
Sin dal primo momento ho pensato che saresti stato perfetto per me, amavo bere d?un fiato le tue parole, mangiare I tuoi pensieri, cospargermi del tuo fluido beneficamente costruttivo e addormentarmi al suono del tuo essere perfettamente eccezionale? se parliamo di grandi cose? ma tu eri senza pari anche nei dettagli: come ti ammiravi allo specchio tu non lo faceva nessuno, e che innata eleganza nel celebrare ogni tua singola manifestazione di?qualsiasi cosa? eppoi era legge che: come fa tu le canne non le sa fare nessuno?
Ma, in fondo in fondo, una minuscola pecca: anche tu avevi le mie stesse passioni, la qual cosa ha reso la pianificazione del mio smisurato, riflettente, (ir)riverente amore, pressoche? infallibile. Cosi? credevo?

Appena ieri le tue parole furono:

?Divina, io e te ci sposiamo domani, lo sapevi si? :-) :-):-)?

Oggi e? domani.
Stamane con le gambe di panna montata mi alzo a stento dal mio letto di raggiante irrequietezza. La gornata piu? violentemente compromettente della nostra esistenza si accinge a sbirciare dentro la mia stanza trasbordante di te sottoforma di me. Per il perenne, lacerante, assordante desiderio di te faccio capo alle mie arti da Morgana e richiamo tuo odore che mi inonda la casa e attraverso le narici mi Impregna il cervello e le carni della tua presenza: grondo di te.

Risuona dal frigorifero e nella mia mente:

?But I’m just a soul whose intentions are good
Oh Lord, please don’t let me be misunderstood
Please don’t let me be misunderstood?

Dimezzo la bottiglia di succo d?arancia rossa, affondo le dita nella ciotola dei pistacchi sgusciati e al ritmo della fanfara dei bersaglieri mi dirigo verso il posto piu? nascosto, segreto, impenetrabile che una piu? che 30enne di non eccezionali fattezze possa mai aver escogitato al fine di nascondere l?inguardabile: lo sgabello dal nome profetico: ?Attila? all?occorrenza rittocato e blindato, contenente le vecchie fotografie e non solo? infatti quel nano beffardo cela al suo interno anche il definitivo non perfettibile piano d?attacco atto all?occasione.
Svolgo la pergamena e il minuetto di telefonate ha inizio.
Impartisco ?ordini?, nell?ordine a:

? Pasticcere (Paolo sa gia? che la meringa va guarnita con cioccolato e pistacchi)
? Amici (ognino portera? I fiori che ha in casa)
? Prete
? Renato (accompagnandomi all?Altare fara? le veci del padre lontano)

Fa caldissimo ma l?unaica cosa per cui arde la mia pelle e fuma la mia testa sei tu. Un bagno agli olii di calendula e cocco mi rilassera? e se tu fossi qui ti lusingherei facendomi fare I tuoi massaggi all?olio di iperico: testimonianza che per fare miracoli bastano due mani e due braccia attacate ai lati di uno come te? Sfido chiunque a trovarne una copia? E tu lo sai bene? ora che ci penso forse me l?hai suggeirto proprio tu?
Indosso il vestito di mussola color avorio, le infradito col cordoncino in raso alla caviglia, mi sento un essere da cerimonia quanto un agnello a Pasqua, mi raccolgo I capelli in una crocchia tiratissima alla sommita? della testa (ormai trasformatasi in acquario) e guarnisco il tutto con fiori di gelsomino della signora Teresa che dal piano di sotto prepotentemente invadono il balcone del mio salotto.
Esco di casa.
Come da accordi presi un anno fa circa (data dell?ultimo nonche? definitivo aggiornamento del piano d?attacco) sono in chiesa alle 12 in punto?
Ehm? beh in effetti sono naturalmente in ritardo di un quarto d?ora?
Le facce degli amici sono leggermente tirate, sara? il caldo, la tensione, Emma sorride spalancando gli occhi e mi fa cenno di guardare verso l?Altare? DESERTO.
Dove sei?

Non sei ancora arrivato?
forse non riesci a farti il nodo alla cravatta,
magari ti sei svegliato tardi per la notte insonne trascorsa in un bagno d?eccitazione,
potresti aver forato la ruota della 2 cavalli o semplicemente esserti rovesciato la colazione sul vestito appena indossato?

Le gambe di panna si sciolgono definitivamente sotto I 37 gradi? sotto la tua assenza

Non sei ancora arrivato?
forse non riesci a farti il nodo alla cravatta,
magari ti sei svegliato tardi per la notte insonne trascorsa in un bagno d?eccitazione,
potresti aver forato la ruota della 2 cavalli o semplicemente esserti rovesciato la colazione sul vestito appena indossato?

I gelsomini s?ammosciano anch?essi e casacno senza ordine e controllo un po? come la pioggia di rane in Magnolia?

Non sei ancora arrivato?
forse non riesci a farti il nodo alla cravatta,
magari ti sei svegliato tardi per la notte insonne trascorsa in un bagno d?eccitazione,
potresti aver forato la ruota della 2 cavalli o semplicemente esserti rovesciato la colazione sul vestito appena indossato?

Le ore trascorrono immobili, gli amici mi dicono amabilmente irritati di chiamarti per sapere che fine hai fatto, ma loro non sanno? loro non ti conoscono, sanno solo che sei l?uomo piu? vicino alla perfezione del Creato sebbene ora comincino a nutrire in merito qualche sentito dubbio che spazia liberamente fino al tema della mia millantata incolumita? mentale.

Non ti chiamo, eravamo d?accordo, ci saremo visti qui alle 12 in punto.

Appena ieri le tue parole furono:

?Divina, io e te ci sposiamo domani, lo sapevi si? :-) :-):-)?

Il castello si sgretola, il piano era perfetto ma aveva una falla: TU, la variabile impazziata che arbitrariamente non ha rispettato il piano oppure IO, la variabile imapzziata che arbitrariamente ha rispettato il piano?

Ma ora tutto mi garvita intorno senza dimostrare di subire la gravita?. I pensieri galleggiano nella mia testa facendo il girotondo con te che chissa? dove cazzo sei? Chissa? se hai pensato al significato di quello che appena ieri hai detto e che ora non intendo ripetere. Chissa? se hai mai pensato un anno fa che il piano d?attacco definitivo sarebbe stato IL PIANO D?ATTACCO DEFINITIVO? Ma che cazzo ti frulla in testa oltre te e la tua immagine? Rendetevi conto che messi insieme a stento raggiungete l?unita??
Voi continuate a non arrivare.
Tu continui a non arrivare.
Sai che faccio? ora ti telefono e con una scusa ti trascino qui? so bene come fare? saremo solo io e te. Piango senza piangere ora che ne sono andati tutti ed io sporco la mussola sul selciato della chiesa che restituisce al mio corpo il calore accumulato durante il giorno, che a volerci vedere bene, e? molto di piu? di tutto quello che tu mi hai dato da qiando ci conosciamo?
Ora sono solo le 23,30, non e? detto che l?oggi non possa dignitosamente finire come a Two Pines? se solo tu arrivassi?

Sono le 23,30 di una giornata dal bilancio (provvisorio) catastroficamente infernale, per me, per il mio equilibrio, per la mia autostima, per la mia fiducia nel prossimo, nell?amore, nella speranza, nell?onesta? e forza intellettuali e morali, per il mio futuro nonche? per il riscatto del mio passato.

TI ASPETTO.

E nella testa mi rimbalzano ossessivamente le note di:

Now he’s gone, I don’t know why
And till this day, sometimes I cry
He didn’t even say goodbye
He didn’t take the time to lie.

Bang bang, he shot me down
Bang bang, I hit the ground
Bang bang, that awful sound
Bang bang, my baby shot me down…

Dedicato a R.F. l?amica che il 14/07/07 convolera? a nozze e che fortunatamente, non passera? mai per queste pagine? beata innocenza?

PS
A colui che appena ieri disse: ?Divina, io e te ci sposiamo domani, lo sapevi si? :-) :-):-)?, nonche? mancato consorte dico:le tue parole hanno scatenato la mia fantasita cullata dal dolce far niente causato da una tonsillite acuta. Dunque? ninete di personale :)
Grazie per l?invlontaria collaborazione? magari la prossima volta ci accordiamo meglio…che ne dici? ;P

Ti raccontero’

17 Giugno 2007 7 commenti


…. qunado tovero’ le parole

quando fara’ meno male….

Categorie:Senza categoria Tag:

The shell

29 Maggio 2007 5 commenti


Mi fermo e raccolgo da terra una pietra, non la scelgo.
Mi chino e la prendo.
La tengo nella mano destra e, la mano stretta, in tasca.
E? fredda e irregolare, e? polverosa e ruvida di concrezioni varie, grande da riempire tutta la mano che la contiene e lasciarla socchiusa cosicche? le dita non si riescano a toccare e la distanza che intercorre tra il pollice e il medio sia di 3 centmetri circa.
In alcuni punti e? tanto acuminata da ferimi, o forse sono io che la stringo istintivamente con troppa veemenza, e quasto capita quando PENSO: a te, a te, a te e a te, a quando ti sei rivolto verso quel macabro, unto fumetto, a quando mi fai sentire un limite, a quando mi superi da destra, a qaundo mi superi e basta, a quando mi dici no per il motivo sbagliato tentando di farmi credere che persino tu pensi di essere nel giusto (e forse, idiota come sei, lo credi davvero), a quando non distingui l?acqua dalla vodka, a quando non ti rendi conto di dove sei collocato nell?Universo, a quando tenti di fare il furbo, a quando tenti quasiasi cosa che non ti appartiene, a quanto inutilmente godi nello sventagliare uno scettro di merda sotto il naso di sudditi di altro regno, a quando galleggi magicamente come uno stronzo? ebbene quando tutto cio? mi sovviene
mi investe una voglia, ossessiva come la goccia che stilla nella grotta, asfissiante come una rovente folata di vento di carogna, pungente come una spina di riccio sotto l?arcata del piede, invadente come la nausea da vino bianco di scagliarti la pietra di cui sopra fra gli occhi con un?impeto tale da disintegrarti la testa non senza esserci prima entrata con tutta me stessa e averi fatto intuire per la prima volta nella tua vita la ragione e la genesi di un evento, senza sprecare nemmeno una sillaba.
Chiedo in tal modo aiuto alla Terra affinche? possa sollevarti dall?ingrato fardello di esistere che, non pochi anni addietro, un?ignota donna non ti ha, inumanamente, lesinato.
Ed io ruggisco di piacere.
Ma il sano anumale che sono e? sopito da tempo immemore e invece in mano stringo una conchiglia dentro la quale mi oblio quando mi assalgono siffatti desideri?
E? la mia mano
E? la mia conchiglia
E tu sei l?essere umano che mi circonda.
Mi fermo e raccolgo da terra una pietra, non la scelgo.
Mi chino e la prendo.
La tengo nella mano destra e, la mano stretta, in tasca.
E? fredda e irregolare, e? polverosa e ruvida di concrezioni varie, grande da riempire tutta la mano che la contiene e lasciarla socchiusa cosicche? le dita non si riescano a toccare e la distanza che intercorre tra il pollice e il medio sia di 3 centmetri circa.
In alcuni punti e? tanto acuminata da ferimi, o forse sono io che la stringo istintivamente con troppa veemenza, e quasto capita quando PENSO: a te, a te, a te e a te, a quando ti sei rivolto verso quel macabro, unto fumetto, a quando mi fai sentire un limite, a quando mi superi da destra, a qaundo mi superi e basta, a quando mi dici no per il motivo sbagliato tentando di farmi credere che persino tu pensi di essere nel giusto (e forse, idiota come sei, lo credi davvero), a quando non distingui l?acqua dalla vodka, a quando non ti rendi conto di dove sei collocato nell?Universo, a quando tenti di fare il furbo, a quando tenti quasiasi cosa che non ti appartiene, a quanto inutilmente godi nello sventagliare uno scettro di merda sotto il naso di sudditi di altro regno, a quando galleggi magicamente come uno stronzo? ebbene quando tutto cio? mi sovviene
mi investe una voglia, ossessiva come la goccia che stilla nella grotta, asfissiante come una rovente folata di vento di carogna, pungente come una spina di riccio sotto l?arcata del piede, invadente come la nausea da vino bianco di scagliarti la pietra di cui sopra fra gli occhi con un?impeto tale da disintegrarti la testa non senza esserci prima entrata con tutta me stessa e averi fatto intuire per la prima volta nella tua vita la ragione e la genesi di un evento, senza sprecare nemmeno una sillaba.
Chiedo in tal modo aiuto alla Terra affinche? possa sollevarti dall?ingrato fardello di esistere che, non pochi anni addietro, un?ignota donna non ti ha, inumanamente, lesinato.
Ed io ruggisco di piacere.
Ma il sano anumale che sono e? sopito da tempo immemore e invece in mano stringo una conchiglia dentro la quale mi oblio quando mi assalgono siffatti desideri?
E? la mia mano
E? la mia conchiglia
E tu sei l?essere umano che mi circonda.

Categorie:Argomenti vari Tag:
echo '';